Il progetto e-agorà elaborato dal Comune di Pagani scaturisce da un approfondimento sul tema della democrazia elettronica e conseguente valutazione del contesto territoriale di riferimento, sulla base delle esperienze pregresse ed in corso.
In particolare, appare indispensabile ripercorrere alcuni concetti base , che – nella sostanza- evidenziano “il perché” delle scelte tecnologiche, metodologiche e della stessa denominazione del progetto.
Anche se di primo acchìto può sembrare azzardato evidenziare un “parallelo” tra il V sec. a.C. e il nostro tempo, in realtà è interessante esplicitare alcune considerazioni.
La denominazione del progetto vuole ricordare, cone facilmente deducibile, la polis ateniese , dove il potere era detenuto da una comunità di individui uguali.
Nelle città anteriori alla polis il palazzo del re esprimeva, nella sua imponenza, un messaggio chiaro: quello di un sovrano che dominava e di un potere concentrato nelle mani di un unico uomo.
Come il re nel palazzo, così il dio nel tempio proponeva l’immagine di un dominio che non dialogava con gli uomini.
La nascita della polis provocò inevitabilmente una nuova configurazione dello spazio urbano in cui aveva un ruolo centrale l’agorà, la piazza dove i cittadini si riunivano per tenere la loro assemblea e autogovernarsi.
L’assemblea era composta da tutti i cittadini ateniese. E’ difficile dire quanti di essi effettivamente partecipassero a queste riunioni di massa (almeno quaranta l’anno) che si tenevano all’aria aperta: molti contadini residenti in terre lontane dalla città non avevano la possibilità di andare all’assemblea e tornare a casa in serata. Non tutti, inoltre, avevano la possibilità economica di abbandonare il proprio lavoro. E’ probabile che la partecipazione media fosse di 5000 cittadini su un totale di circa 40.000 .
L’assemblea era chiamata ad approvare, a respingere o a modificare le proposte del Consiglio, ma poteva occuparsi di qualsiasi argomento volesse, perché non c’erano limiti alla sovranità popolare.
Il potere non era più distribuito in modo diseguale tra i cittadinii, ma circolava dall’uno all’altro : il comando e l’ubbidienza non si contrapponevano in modo statico tra gli individui ma diventarono elementi di un rapporto mutevole e reversibile.
Oggi un cittadino ubbidisce, ma domani comanda, per poi tornare a ubbidire, in una circolarità delle funzioni che coinvolge l’intera cittadinanza.
Questo poteva accadere perché la democrazia si basava sulla partecipazione diretta di tutti i cittadini alla vita politica, tanto nell’assemblea che nel Consiglio o nelle varie cariche pubbliche.
Non mancavano i critici: un anonimo autore scrisse, intorno al 440 a.C , una violenta critica della democrazia ateniese.L’argomento principale del passo riportato in Costituzione degli ateniese ( 1, 1-5, Pseudo_Senofonte) era ricorrente tra i critici dei sistemi democratici: il popolo, essendo rozzo e ignorante, non era in grado di governare la polis. Le assemblee erano composte in larga parte da gente che ignorava le questioni su cui era chiamata a votare.
Secondo una consolidata tesi storiografica , questa crittica non teneva conto del fatto che le poleis greche erano comunità piccole, dove si viveva secondo il tipico modo mediterraneo , all’aperto, dove tutti si conoscevano e l’isolamento non era possibile né desiderato. Le informazioni circolavano quindi con grande facilità e rapidità (in Dalla presistoria all’impero romano, Andrea Giardina, Editori Laterza, Roma-Bari, 1997, pagg. 101 e ss.).
Dunque, sottolineamo tre aspetti fondamentali :Non sembra , in via generale, che “parlando” di e-democracy, nel XXI sec. d.C., le questioni siano nettamente differenti.
In estrema sintesi possiamo dire che il termine e-democracy viene frequentemente utilizzato per indicare l’utilizzo delle tecnologie e delle telecomunicazioni finalizzato a collegare i politici ai cittadini e ricevere/dare informazioni , attivare discussioni su particolari argomenti e realizzare sondaggi online/votazioni ( l’immagine che se ne ricava è quella di una piazza virtuale). Questa implicita definizione sembra accettata ovunque anche se esistono posizioni contrarie rispetto alla stessa, descrivendo l’e-democracy come “qualcosa” che può essere utilizzata per favorire singole parti e non la totalità (la dibattuta questione sul cd. divario digitale).
Sul punto, vale riportare le risultanze dello studio effettuato sul territorio romano ( Un progetto per Roma , citato in Documenti di riferimento) sulla diffusione delle conoscenze telematiche e sulle aspettative da parte dei cittadini e degli amministratori.
Il campione ha evidenziato una realtà in cui – nei mesi di maggio e giugno 2001 – il 26% dei romani aveva spedito almeno una e-mail, mentre per il restante 74% Internet “è sostanzialmente simile all’esperanto”. I dati sono stati anche messi in relazione con una seconda indagine sul livello di alfabetizzazione telematica degli amministratori locali.
Su un campione di 212 nominativi tra consiglieri comunali, regionali e parlamentari , nel 48% dei casi noin è stato possibile rinvenire l’indirizzo di posta elettronica, solo il 7% del campione ha risposto all’e-mail. “La sintesi più banale è che se solo il 6% dei cittadini ha visitato negli ultimi due mesi il sito del Comune di Roma e appena il 7% degli amministratori risponde alla posta elettronica, siamo ben lontani dal tempo di una possibile e-democracy. Ma se leggiamo bene i dati scopriamo che a fronte della sconsolata condizione attuale, emerge una domanda di conoscenza della Rete e di partecipazione democratica attraverso di essa….
Una simile indagine – anche se a livello molto più ridotto – è stata effettuata nel mese di dicembre 2003 sul territorio paganese, in occasione dell’avvio di WEBSIC.2000 ( www.comune.pagani.sa.it).
Su 11.000 famiglie ( per 34.478 abitanti) , circa 900 utilizzano internet, le richieste di accesso telematico ai propri dati ( anagrafici e tributari) a tutt’oggi sono pari a 180.
Tutti gli amministratori e dipendenti comunali sono dotati di p.c , posta elettronica. Le missive tramite rete sono assolutamente irrisorie rispetto all’affluenza fisica all’URP ( dotato, tra l’altro, di postazione internet a libero accesso) e agli uffici di rappresentanza politica.
In conclusione, la situazione rilevata non è molto differente da quella precedente, ma va detto, che in linea generale, negli ultimi anni l’Amministrazione comunale sta investendo molto in informatizzazione e si sta facendo un grosso sforzo economico anche per tentare di promuovere /pubblicizzare tutti i servizi offerti in rete ( ricorrendo ai sistemi tradizionali – stampa e televisioni locali). La risposta è ancora deludente, pertanto, appare indispensabile tentare ogni “strada possibile” per incentivare l’uso della rete , fermo restando il concetto di base che l’utilizzo esclusivo dell’ICT non è la soluzione che rilancerà il processo di democrazia / partecipazione, ma è un ottimo strumento per garantire risposte rapide in ambiti diversificati, dal marketing e le analisi di mercato alle questioni di caratte politico/democratico de quibus.
Insomma, si può tranquillamente obiettare sul valore della “e” e ridurne l’importanza a quello di strumento “da integrare” con i sistemi di rappresentazione democratica tradizionali.
Il “nodo” della questione è bene evidenziato nelle stesse linee guida elaborate dal CRC laddove si afferma che “per compiere questo passaggio , è necessario superare una visione limitata del web come strumento sussidiario per la comunicazione istituzionale, ed investire maggiormente in termini di risorse umane dedicate, contributo fornito dai decision makers al dibattito pubblico on line, pubblicità tempestiva dei lavori, promozione costante e multicanale delle opportunità di partecipazione, utilizzando , quindi, i media digitali e tradizionali, nonché le forme più tradizionali sul territorio, come incontri, assemblee, conferenze e seminari”.
E , si sa, per dirla con Le Goff, che la storia delle mentalità è la storia della lentezza della storia.
Ma, d’altra parte, evidenziati i problemi ed effettuate le conseguenti considerazioni, bisogna pur elaborare un “piano di azione”, concentrandosi – tenuto conto delle numerose analisi effettuate su esperienze internazionali ( linee guida CRC) – sulla diffusione delle tecnologie, garantire la semplicità di accesso alle stesse e provvedere ad una adeguata formazione di chi dovrà utilizzarle. Questi i punti sui quali far leva per tentare di trasformare quella porzione ristretta di utenti, persone auto-selezionate per capacità intellettuali e disponibilità economiche, nella massima approssimazione o totalità della popolazione esistente in un determinato contesto territoriale.